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Yemen, la guerra lampo che mette una mano sulla Porta delle Lacrime


21 Set , 2026|
| 2026 | Visioni

La conquista di Mokha e delle isole del Mar Rosso trasforma una vittoria locale in una minaccia mondiale.

Il problema non è più soltanto chi governerà lo Yemen, ma chi potrà condizionare il traffico tra Oceano Indiano, Mar Rosso, canale di Suez e Mediterraneo. Dopo la conquista di Mokha, Mayyun e delle isole Hanish, Ansar Allah controlla ormai una rete di posizioni costiere capace di sorvegliare il passaggio, minacciare il naviglio saudita e moltiplicare i costi della sicurezza marittima. Dietro l’avanzata affiorano la debolezza militare di Riad, il calcolo iraniano, l’arretramento selettivo degli Stati Uniti e la crescente esposizione economica dell’Europa.

La geografia presenta il conto

Ci sono guerre che sembrano periferiche soltanto finché non si guarda una carta. Lo Yemen appartiene a questa categoria. È uno dei Paesi più poveri del mondo arabo, devastato da dodici anni di conflitto, ma siede sulla riva orientale di Bab el-Mandeb, la “Porta delle Lacrime”, lo stretto largo appena 29 chilometri nel punto più angusto che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso.

Da lì passa normalmente circa il 12 per cento del commercio mondiale. Una crisi a Sana’a, Mokha o Mayyun può quindi raggiungere Rotterdam, Genova o Trieste sotto forma di trasporti più cari, premi assicurativi maggiorati, ritardi industriali e rincari energetici.

L’avanzata di Ansar Allah ha prodotto il maggiore cambiamento territoriale degli ultimi anni. Dopo la conquista di Mokha e di Mayyun, chiamata anche Perim, gli Houthi hanno occupato anche le isole Grande Hanish e Piccola Hanish, situate più a nord. Il risultato non è il dominio assoluto del Mar Rosso, ma un sistema di osservazione e interdizione distribuito lungo la costa e sulle isole. Radar, vedette, missili antinave, mine e velivoli senza pilota possono essere dispersi su più posizioni, rendendo più difficile neutralizzare la minaccia con una singola operazione aerea. “Associated Press” (https://apnews.com/article/yemen-houthis-saudi-oil-red-sea-shipping-explainer-22e64e72775886625da676aee92edca2), “The Guardian” (https://www.theguardian.com/world/2026/sep/15/houthi-rebels-seize-red-sea-hanish-islands-saudi-oil-warning)

Mayyun rimane piccola, scoperta e vulnerabile. Potrebbe essere isolata o bombardata, ma non deve trasformarsi in una fortezza per svolgere la propria funzione. È sufficiente che contribuisca a identificare le navi, trasmettere coordinate, ospitare sensori mobili o sostenere operazioni di posa delle mine. Il vero vantaggio non risiede nell’isola presa singolarmente, bensì nella sua integrazione con Mokha, Dhubab, la costa occidentale e l’arcipelago Hanish.

Dal controllo territoriale al blocco selettivo

Ansar Allah ha dichiarato un blocco contro le navi collegate all’Arabia Saudita, affermando di non voler colpire il traffico americano o quello degli altri Paesi. La distinzione è politicamente utile, ma operativamente incerta: nel trasporto marittimo proprietà, bandiera, gestione, finanziamento e destinazione del carico appartengono spesso a soggetti differenti. Allargando la definizione di “collegamento saudita”, gli Houthi potrebbero aumentare gradualmente la pressione senza proclamare una chiusura generale.

È questa la differenza tra controllo del mare e interdizione marittima. Per controllare stabilmente Bab el-Mandeb occorrerebbero una marina, una difesa aerea e una logistica che Ansar Allah non possiede. Per condizionarlo bastano invece missili, informazioni affidabili e la capacità di colpire occasionalmente. Le compagnie modificano le rotte prima che il pericolo diventi certezza.

Il dato più recente invita tuttavia a evitare allarmismi. Secondo la società di sorveglianza marittima Windward, i transiti giornalieri erano scesi da 35 a 25 dopo l’avanzata houthi, ma sono successivamente risaliti fino a 45. Lo stretto, quindi, non è chiuso. Gli Houthi stanno sperimentando una pressione selettiva: lasciare passare gran parte del traffico, colpire o minacciare quello considerato ostile e conservare il potere di ampliare l’elenco dei bersagli. “Associated Press” (https://apnews.com/article/yemen-houthis-saudi-oil-red-sea-shipping-explainer-22e64e72775886625da676aee92edca2)

Il loro vero bersaglio non è sempre la nave, ma il calcolo economico di chi la possiede. Una minaccia credibile aumenta assicurazioni e costi di trasporto, obbliga a richiedere scorte militari e può spingere il naviglio verso il Capo di Buona Speranza. L’effetto strategico precede così la vittoria tattica.

L’offensiva non si ferma sulla costa

La conquista di Mokha non rappresenta necessariamente il punto d’arrivo. Sono ripresi pesanti combattimenti intorno a Marib, capoluogo di una provincia ricca di petrolio e principale centro militare delle forze sostenute da Riad. Ansar Allah minaccia contemporaneamente Taiz, nodo stradale e politico che divide le regioni settentrionali da quelle meridionali.

Se gli Houthi riuscissero a conquistare Marib, otterrebbero risorse energetiche, profondità strategica e una posizione più forte nei futuri negoziati. Ma l’avanzata verso est contiene anche il rischio dell’eccesso. Combattere nelle pianure e nei deserti petroliferi significa allungare le linee logistiche e affrontare tribù e forze locali che potrebbero ricompattarsi davanti alla prospettiva di una supremazia houthi sull’intero Paese.

L’offensiva ha già costretto circa 125.000 yemeniti ad abbandonare le proprie case. Questo dato ricorda che dietro le rotte commerciali e i calcoli petroliferi si prepara una nuova emergenza umanitaria in un Paese che la guerra ha già portato più volte sull’orlo della carestia. “Associated Press” (https://apnews.com/article/yemen-houthis-saudi-oil-red-sea-shipping-explainer-22e64e72775886625da676aee92edca2)

La sconfitta dell’esercito ricco

Il rovescio saudita ripropone una vecchia lezione: le armi moderne non sostituiscono la coesione politica. Riad dispone di aerei avanzati, satelliti, difese antimissile e mezzi corazzati, ma i suoi alleati yemeniti rimangono divisi da rivalità politiche, tribali e territoriali. Alcune delle forze oggi chiamate a fermare Ansar Allah si combattevano tra loro ancora all’inizio dell’anno.

Le unità sostenute da Riad hanno agito come un aggregato di interessi. Gli Houthi hanno combattuto come un’organizzazione che identifica la propria sopravvivenza con la vittoria. Conoscono il terreno, possiedono una direzione politico-militare più compatta e hanno trasformato anni di bombardamenti in una scuola di dispersione, occultamento e ricostruzione.

Questo non significa che siano invincibili o rappresentino tutto lo Yemen. Significa che la superiorità tecnologica saudita non è stata convertita in comando unitario, intelligence efficace e controllo del territorio. La potenza di fuoco distrugge un bersaglio; non costruisce automaticamente un ordine politico.

Anche la difesa antimissile saudita si trova sottoposta a una guerra di logoramento economico. Intercettare missili e velivoli senza pilota con munizioni molto più costose del bersaglio significa vincere il singolo confronto e perdere progressivamente la contabilità della guerra.

Dalla costa yemenita fino a Riad

L’escalazione ha ormai superato i confini dello Yemen. Ansar Allah ha rivendicato attacchi con missili e velivoli senza pilota contro Riad e contro installazioni petrolifere a Yanbu. Le autorità saudite affermano di avere intercettato il missile diretto verso la capitale e altri ordigni lanciati contro diverse città. Nei pressi dell’aeroporto internazionale di Riad sono stati tuttavia osservati fiamme e un’alta colonna di fumo, senza che sia stato chiarito quale obiettivo sia stato effettivamente colpito. “Reuters” (https://www.reuters.com/world/middle-east/saudi-civil-defence-sends-all-clear-after-danger-warning-capital-riyadh-2026-09-19/)

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato gli attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche saudite e la nuova offensiva militare nello Yemen. La condanna, però, non modifica il rapporto di forze. Ansar Allah ha dimostrato di poter combinare avanzata terrestre, interdizione marittima e attacchi in profondità, obbligando Riad a difendere contemporaneamente frontiere, città, oleodotti, porti e rotte commerciali.

Il doppio cappio attorno al petrolio saudita

La vulnerabilità maggiore riguarda l’oleodotto Est-Ovest, lungo circa 1.200 chilometri, costruito per trasportare il greggio dai giacimenti orientali fino a Yanbu, aggirando Hormuz. L’attacco dell’11 settembre, attribuito a milizie filoiraniane provenienti dall’Iraq e non direttamente agli Houthi, ha danneggiato tre stazioni di pompaggio. Prima dell’attacco la conduttura trasportava fra quattro e cinque milioni di barili al giorno, equivalenti al 4-5 per cento dell’offerta mondiale. Alcune valutazioni indicano tempi di riparazione fino a cinque o sei settimane, sebbene una parte della capacità possa essere recuperata prima. “Reuters” (https://www.reuters.com/business/energy/three-pumping-stations-along-saudi-east-west-pipeline-were-hit-recent-attack-2026-09-17/)

L’Arabia Saudita ha così scoperto che l’alternativa a Hormuz può essere colpita a terra e minacciata sul mare. Anche quando il petrolio raggiunge Yanbu deve risalire il Mar Rosso verso Suez oppure scendere attraverso Bab el-Mandeb per raggiungere l’Asia.

Aramco ha reagito tornando parzialmente alla rotta del Golfo e ricorrendo a trasferimenti di greggio da una nave all’altra al largo dell’Oman. Per settembre e ottobre sarebbero stati collocati circa sessanta milioni di barili provenienti dal porto di Ras Tanura. È un adattamento efficace, ma costoso: il greggio deve attraversare Hormuz su navi che spesso spengono i sistemi di identificazione, essere trasferito in mare e proseguire verso i compratori asiatici. “Reuters” (https://www.reuters.com/business/energy/aramco-boost-exports-strait-hormuz-60-million-bbl-september-october-traders-say-2026-09-18/)

Le esportazioni attraverso Hormuz sono risalite a circa 6,5 milioni di barili al giorno, ma il prezzo del trasporto di un barile dal Golfo alla Cina ha superato i trenta dollari, contro un valore del greggio vicino ai 105. Il sistema energetico non è paralizzato: sta funzionando attraverso scorte militari, trasbordi, rotte più lunghe e costi eccezionali. È proprio questa capacità di adattamento a evitare il collasso immediato, ma rende l’intero meccanismo più fragile e inflazionistico. “Reuters” (https://www.reuters.com/commentary/reuters-open-interest/hormuz-shuttles-keep-oil-flowing-high-cost-2026-09-21/)

Washington tratta per separare le guerre

Il fatto politicamente più importante non è soltanto la perdita della costa, ma la scelta americana di non intervenire direttamente in soccorso di Riad. Contatti indiretti mediati dall’Oman hanno consentito a Washington di ottenere l’assicurazione che le navi statunitensi non saranno attaccate. Donald Trump ha confermato l’esistenza di colloqui, mentre Ansar Allah sostiene che le proprie restrizioni riguarderanno soltanto gli interessi sauditi. “Associated Press” (https://apnews.com/article/yemen-houthis-iran-saudi-arabia-red-sea-93dfe17125c63897b232f6461d81d85c)

Non si tratta di un riconoscimento politico degli Houthi né di una garanzia permanente. È una separazione dei rischi. Washington vuole proteggere il proprio naviglio e concentrare le risorse sul confronto con l’Iran, evitando di assumere automaticamente i costi della politica saudita.

Bombardare lo Yemen potrebbe distruggere rampe e depositi, ma difficilmente eliminerebbe un movimento radicato. Gli Houthi disperdono uomini e mezzi, ricostruiscono le installazioni e utilizzano le vittime civili come strumento di mobilitazione. Ogni missile occidentale rischia di costare più del bersaglio che distrugge.

La garanzia americana non scompare, ma diventa selettiva. Riad scopre che comprare armamenti statunitensi non equivale a comprare l’intervento degli Stati Uniti. È un cambiamento destinato a essere osservato in tutte le capitali del Golfo.

Teheran sostiene, ma deve evitare la vittoria eccessiva

Definire Ansar Allah una semplice pedina iraniana facilita la propaganda, non l’analisi. Teheran fornisce sostegno politico, conoscenze tecniche e armamenti, ma il movimento appartiene alla storia dello Yemen, dispone di una propria base sociale e persegue obiettivi autonomi: fine del blocco, piena apertura dei porti e dell’aeroporto di Sana’a, riconoscimento politico e riduzione dell’influenza saudita.

L’Iran non deve impartire ogni ordine per trarre vantaggio dall’offensiva. Gli basta sostenere una forza locale i cui interessi convergono con i propri. Con Hormuz sotto pressione e Bab el-Mandeb nelle mani di un alleato, Teheran ottiene influenza sui due varchi marittimi che delimitano la penisola arabica.

Ma l’Iran deve evitare l’eccesso. Una chiusura totale e prolungata danneggerebbe la Cina, provocherebbe una coalizione internazionale più ampia e potrebbe legittimare un intervento militare diretto. Teheran ha interesse a mantenere la minaccia credibile ma graduabile: restringere il flusso, aumentarne il prezzo e trasformarlo in merce negoziale.

È la strategia del rubinetto. Chi può diminuire il passaggio senza interromperlo possiede una leva; chi chiude tutto rischia di unire contro di sé tutti gli Stati danneggiati.

La Cina tra Teheran e il petrolio del Golfo

Riad ha chiesto alla Cina di utilizzare la propria influenza sull’Iran e Pechino avrebbe sollecitato Teheran a contenere gli Houthi. È un passaggio significativo: la Cina sostiene diplomaticamente l’Iran, ma dipende dalle forniture energetiche e dalla stabilità commerciale delle monarchie arabe. “Reuters” (https://www.reuters.com/world/middle-east/saudi-gulf-stocks-fall-after-houthis-claim-riyadh-attacks-2026-09-20/)

Pechino può mediare, offrire incentivi economici e avvertire Teheran dei costi di una crisi eccessiva. Non possiede però nel Mar Rosso e nel Golfo una struttura militare paragonabile a quella americana, né sembra intenzionata ad assumersi il costo della sicurezza dell’intera regione. La Russia può sfruttare politicamente le difficoltà statunitensi, ma non dispone delle risorse navali e finanziarie necessarie per sostituire Washington.

Non nascerà quindi un nuovo garante unico. Emergerà un ordine più frammentato, nel quale Riad continuerà a comprare armi occidentali, negozierà con Teheran e cercherà contemporaneamente appoggi asiatici, turchi e pakistani.

Turchia, Pakistan e il limite delle nuove alleanze

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato che Ankara è pronta ad aiutare l’Arabia Saudita nell’ambito del patto difensivo trilaterale con il Pakistan. L’assistenza potrebbe riguardare difesa aerea, conoscenze tecniche, sorveglianza e velivoli senza pilota, ma non equivale necessariamente all’ingresso turco nella guerra yemenita. “Reuters” (https://www.reuters.com/world/middle-east/saudi-civil-defence-sends-all-clear-after-danger-warning-capital-riyadh-2026-09-19/)

Né Ankara né Islamabad hanno interesse a impantanarsi nello Yemen. Il Pakistan deve preservare i rapporti con l’Iran e contenere le proprie tensioni interne. La Turchia può trasformare la vulnerabilità saudita in contratti militari e influenza politica, ma difficilmente accetterebbe una campagna terrestre senza un obiettivo definito.

L’Egitto teme per Suez, ma conserva il ricordo della disastrosa esperienza militare nello Yemen degli anni Sessanta. Tutti possono aiutare Riad a difendersi; pochi vogliono combattere per riconquistare e amministrare la costa yemenita.

L’Italia scopre che lo Yemen è vicino

Roma ha annunciato la preparazione di una possibile missione navale nazionale e ha chiesto di rafforzare l’operazione europea Aspides. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato che non si può attendere una risposta europea indefinita mentre aumentano i rischi per la navigazione.

La ragione è economica prima ancora che militare: circa il 40 per cento del commercio italiano con il resto del mondo passa attraverso Suez. Proteggere Bab el-Mandeb significa difendere tempi di consegna, prezzi delle merci, approvvigionamenti energetici e infrastrutture sottomarine. “Reuters” (https://www.reuters.com/world/middle-east/italys-minister-calls-more-ships-protect-red-sea-navigation-2026-09-18/)

Una missione di scorta può ridurre il rischio, ma non eliminare la minaccia costiera. Per sorvegliare stabilmente lo stretto occorrerebbero numerose unità navali, mezzi aerei, capacità antimissile, bonifica delle mine e regole d’ingaggio comuni. L’Italia e la Grecia non possono sostenere da sole questo compito.

Il pericolo è che l’Europa protegga alcune navi senza affrontare il problema politico: finché la guerra yemenita resterà irrisolta, ogni corridoio navale sarà una cura costosa applicata al sintomo.

Tre scenari, nessuno indolore

Il primo scenario è una controffensiva saudita e yemenita. Potrebbe riconquistare Mayyun e parti della costa, ma richiederebbe informazioni migliori, comando unitario, superiorità terrestre e disponibilità ad accettare perdite. Senza queste condizioni, i bombardamenti produrrebbero distruzione senza controllo territoriale.

Il secondo è il congelamento selettivo. Ansar Allah conserva le conquiste, permette il passaggio alle navi considerate neutrali e utilizza lo stretto come leva negoziale. È lo scenario meno spettacolare e probabilmente più vantaggioso: ottenere i benefici del controllo senza assumersi la responsabilità di un blocco totale.

Il terzo è un accordo più ampio. Riad riconosce il peso politico e territoriale degli Houthi in cambio di garanzie sulla navigazione, sugli impianti petroliferi e sulla frontiera. Gli Stati Uniti mantengono la propria intesa di non aggressione, l’Iran riduce la pressione e la Cina contribuisce economicamente alla stabilizzazione. Sarebbe una sconfitta simbolica per l’Arabia Saudita, ma potrebbe evitarne una strategica.

Resta un quarto scenario, il più pericoloso: Ansar Allah prosegue verso Marib, amplia il blocco a un numero crescente di navi e induce Riad a rilanciare una guerra aperta. In quel caso Bab el-Mandeb smetterebbe di essere soltanto una leva e diventerebbe un fronte internazionale.

La “Porta delle Lacrime” non è chiusa. Il traffico continua e i mercati hanno già dimostrato una notevole capacità di adattamento. Ma chi sorveglia lo stretto ha conquistato il potere di selezionare, minacciare e tassare politicamente il passaggio.

È questo il vero risultato della guerra lampo: non la conquista definitiva del Mar Rosso, ma la trasformazione dello Yemen da periferia bombardata a centro del nuovo equilibrio mediorientale. Ansar Allah ha dimostrato che una forza locale, quando è coesa e collocata nel punto geografico giusto, può condizionare potenze immensamente più ricche. E l’Arabia Saudita ha scoperto che una via di fuga da Hormuz conduce ormai davanti alle coste del suo avversario.

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