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Il costo politico della rinuncia al conflitto
A Roma il dissenso sembra andare bene finché resta educato, convocabile e possibilmente innocuo. La vicenda Spin Time riapre una domanda meno comoda sulle responsabilità di chi, a sinistra, ha preferito adattarsi agli equilibri esistenti invece di provare davvero a spostarli.
Il confronto pubblico di questi giorni, che ha assunto a tratti contorni persino grotteschi, riporta a una domanda già formulata in termini diversi qualche anno fa su queste pagine. Conviene riproporla poiché quanto mai attuale.
“Che città avremmo oggi se le grandi organizzazioni sociali, sindacali e politiche della città avessero provato davvero a spostare a sinistra l’asse dell’amministrazione, invece di adattarsi a una concertazione al ribasso che, alla prova dei fatti, ha inciso poco sulle decisioni che contavano?”
È una domanda che, si diceva, torna oggi con maggiore forza, perché chiama in causa una responsabilità politica precisa. Anche ciò che non si fa produce conseguenze, e chi in questi anni ha rinunciato a costruire un rapporto di forza diverso con il Campidoglio dovrebbe interrogarsi su quanto quella rinuncia abbia contribuito a definire la Roma di oggi.
Durante il mandato di Gualtieri si sono viste forze della maggioranza dichiararsi fedeli al sindaco, e quella fedeltà ha retto anche davanti a scelte molto controverse sul patrimonio pubblico, sull’abitare, sugli spazi sociali e sul modello di trasformazione della città.
In un quadro simile la possibilità di modificare quegli equilibri non poteva dipendere soltanto dal confronto interno alla maggioranza, perché avrebbe richiesto una pressione esterna, sociale e politica, continua e organizzata. Quella pressione non c’è stata.
È da qui che va letto il comunicato con cui ARCI Roma, insieme alle associazioni, ai comitati e alle organizzazioni che lo hanno sottoscritto, ha spiegato la scelta di non aderire alla manifestazione convocata sulla vicenda Spin Time.
Ridurre quel documento a una diffidenza verso il diritto all’abitare, o a un giudizio sulle esperienze sociali della città, significa non coglierne il senso. Quel senso sta piuttosto nel tentativo di collocare una decisione contingente dentro una riflessione più ampia, quella sul rapporto tra l’amministrazione e la parte di Roma che continua a produrre conflitto, mutualismo, socialità e partecipazione, e che però troppo spesso non riesce a incidere quando si decide della casa, degli spazi sociali, del patrimonio pubblico e delle trasformazioni urbane.
Il comunicato, del resto, non si è limitato a motivare una mancata adesione. Ha richiamato altre vertenze, altri territori e altri soggetti che da anni subiscono le conseguenze delle politiche capitoline e che raramente riescono a entrare nel dibattito pubblico con la stessa forza. Probabilmente è stato proprio questo, più del rifiuto di partecipare alla manifestazione, a provocare le reazioni più scomposte.
La questione, dunque, non è scegliere una vertenza contro un’altra, ma rifiutare che una singola esperienza diventi il metro con cui stabilire quali conflitti meritino attenzione e quali possano restare sullo sfondo. A Roma esistono lotte, territori e comunità che negli stessi anni hanno ricevuto molta meno considerazione, anche da parte di chi oggi rivendica centralità per Spin Time. Richiamarle significa provare a tenere insieme ciò che troppo spesso è rimasto separato e a ricostruire un discorso politico comune.
Da tempo il dibattito cittadino sembra funzionare secondo una regola implicita, per cui ogni vertenza viene trattata come un caso isolato e acquista forza soltanto quando la riconosce chi, in quel momento, dispone di maggiore visibilità, relazioni o capacità di mobilitazione. Si produce così una gerarchia interna al campo sociale, che finisce per riprodurre proprio la logica contestata all’amministrazione.
Mettere in relazione il diritto all’abitare con il destino dei beni pubblici, gli spazi sociali con le trasformazioni urbanistiche, le singole vertenze con il modello complessivo di città significa provare a rompere quella gerarchia. Non è un gesto incomprensibile, ma l’esercizio di un’autonomia politica che in una città democratica dovrebbe essere considerata normale.
E quell’autonomia non nasce oggi, come dimostra la vicenda di Sant’Ambrogio. Quando si discuteva della concessione dell’immobile pubblico di via di Sant’Ambrogio alla Comunità ebraica di Roma, ARCI Roma fu tra i soggetti che scelsero di esporsi apertamente, sottoscrivendo una lettera ai consiglieri capitolini, insieme a CAIO, Unione Inquilini e ad altre organizzazioni impegnate sul terreno dell’abitare e della difesa del patrimonio pubblico, per chiedere di non sostenere l’operazione.
Anche allora la posta in gioco andava oltre il singolo episodio, perché riguardava il modo in cui vengono prese decisioni capaci di modificare destinazione e funzione di un bene di tutti. Scelte di quella portata non possono essere trattate come semplici atti amministrativi, né sottratte a una discussione più ampia sui bisogni della città, sulle priorità sociali e sull’uso collettivo del patrimonio.
Vale la pena ricordarlo oggi, perché anche in quel caso quel pronunciamento non fu accompagnato da una mobilitazione altrettanto ampia del campo politico, sociale e sindacale della sinistra. Quelle assenze raccontavano già allora una difficoltà a costruire un terreno comune di opposizione quando le decisioni dell’amministrazione mettevano in discussione principi che molti dichiaravano di condividere.
Non c’è, in tutto questo, alcun primato del dissenso da riconoscere ad ARCI Roma. C’è il fatto che quell’associazione, insieme a comitati e organizzazioni della città, ha scelto in più occasioni di rendere pubblico un conflitto politico che una parte consistente del campo progressista e della città organizzata ha preferito non aprire, o non sostenere fino in fondo.
Ciò che è accaduto dopo il comunicato su Spin Time è, per certi versi, ancora più interessante del comunicato stesso. Si sono visti esponenti istituzionali spiegare ad ARCI, ai comitati e ai soggetti sociali quali vertenze meritassero attenzione, con chi fosse opportuno costruire rapporti, quali conflitti fossero legittimi e quali potessero invece essere ignorati.
Qui affiora una concezione piuttosto precisa della partecipazione. Le associazioni sono interlocutrici finché collaborano, costruiscono servizi, tengono insieme pezzi di città e restano dentro i confini di una concertazione compatibile con le scelte dell’amministrazione; lo diventano molto meno quando quella stessa autonomia prende la forma del dissenso.
Eppure, è proprio lì che si misura la qualità democratica di una città, nella libertà di associazioni, sindacati, comitati e movimenti di pronunciarsi, intrecciare conflitti diversi e contestare l’operato dell’amministrazione senza doverne ricevere legittimazione da chi amministra.
Il gesto di ARCI Roma e degli altri firmatari ha avuto anche questo effetto, riportare in superficie contraddizioni rimaste troppo tempo ai margini.
Negli ultimi anni a Roma si è consolidato un metodo fondato sull’ascolto e sulla concertazione, ma troppo spesso si è trattato di una concertazione al ribasso; una modalità capace, al più, di intervenire sulle singole vertenze, correggendone alcuni effetti o cercando soluzioni caso per caso, senza mettere realmente in discussione il sistema che quelle vertenze continua a produrre. Il punto, dunque, non è quante occasioni di confronto vengano offerte, ma quale capacità effettiva abbiano i soggetti sociali di incidere sugli indirizzi generali dell’amministrazione.
Dalla Delibera 104 sulla gestione del patrimonio indisponibile agli atti sulla cosiddetta rigenerazione urbana, fino alla crescente centralità dei grandi operatori finanziari e immobiliari nei processi di trasformazione, si è delineata una direzione politica che avrebbe meritato un’opposizione sociale e politica molto più ampia e organizzata. Quando il confronto resta confinato alla gestione delle conseguenze delle singole decisioni, senza poter incidere sulle scelte che le determinano, rischia di trasformarsi in uno strumento di assorbimento del conflitto anziché in un mezzo per cambiare gli orientamenti di fondo.
La questione, allora, non è esserci, ma contare abbastanza da poter cambiare le decisioni.
È anche da questa prospettiva che vanno guardate le critiche rivolte da ARCI Roma, dai comitati e da altre organizzazioni a quello che è stato definito il modello Giubileo, una stagione nella quale la collaborazione istituzionale tra il Campidoglio guidato da Roberto Gualtieri e il governo di Giorgia Meloni ha accompagnato grandi opere e trasformazioni profonde della città.
Che livelli istituzionali diversi collaborino non è di per sé uno scandalo. Il problema politico riguarda ciò che quella collaborazione produce, gli interessi che orientano le trasformazioni, chi partecipa alle scelte, quanto spazio rimanga al controllo democratico della città e dei territori.
Già nel 2023, su queste pagine, si osservava che Roma rischiava di diventare una città in cui le grandi trasformazioni si discutevano più facilmente con fondi e operatori immobiliari che con associazioni, sindacati, movimenti e quartieri, con chi investe nella città più che con chi la abita. Si chiedeva allora di ricostruire il rapporto tra amministrazione e cittadinanza, difendere i beni pubblici dalle logiche speculative e restituire peso all’associazionismo. Quelle questioni non sono invecchiate, sono soltanto diventate più evidenti.
È su questo terreno che si misura il costo politico della mancata costruzione, in questi anni, di un campo sociale, sindacale e politico abbastanza forte da incidere sugli orientamenti di fondo dell’amministrazione e da imporre un confronto reale sulle scelte che hanno trasformato la città.
Non è dato sapere quale sarebbe la Roma di oggi, né si può credere che ogni battaglia sarebbe stata vinta. È però ragionevole ritenere che molte decisioni avrebbero incontrato un contraddittorio più forte e che sarebbe stato più difficile confondere la consultazione con la partecipazione e la partecipazione con il consenso.
Quando si scriveva che cambiare rotta si poteva e si doveva, si indicava un’altra idea del rapporto tra politica, amministrazione e città; una città in cui il conflitto democratico non fosse un disturbo da assorbire e la partecipazione non coincidesse con una concertazione priva della forza necessaria a modificare le decisioni.
ARCI Roma, insieme alle associazioni, ai comitati e alle organizzazioni che hanno mantenuto un’autonomia critica nei confronti dell’amministrazione, ha provato a percorrere quella strada. Altri hanno scelto una relazione più compatibile con gli equilibri esistenti.
Forse è anche questo a spiegare una parte delle reazioni di questi giorni. Quando un equilibrio dura abbastanza a lungo finisce per sembrare naturale, e chi lo rompe viene accusato di creare il problema invece che di averlo reso visibile.
Cambiare rotta era possibile allora e lo è ancora. Il punto, oggi, non è stabilire che cosa avrebbe dovuto fare ARCI Roma in questi giorni, ma riconoscere il costo di ciò che una parte del campo politico, sociale e sindacale ha scelto di non fare in questi anni: costruire un conflitto capace di mettere in discussione non soltanto le singole decisioni, ma il modello che le produce.
Sappiamo però che anche rinunciare al conflitto ha un prezzo. E Roma, quel prezzo, lo sta pagando.
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