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Zelensky e al-Sharaa: il presidente senza elezioni e il jihadista riciclato
Alle Nazioni Unite la lavanderia della politica internazionale lavora senza sosta
Basta una stretta di mano davanti alle bandiere, qualche sorriso per i fotografi e il miracolo è compiuto. Volodymyr Zelensky diventa il campione permanente della democrazia, anche se in Ucraina non si vota più. Ahmed al-Sharaa smette di essere l’uomo proveniente dalla militanza jihadista e si trasforma nel rispettabile presidente della nuova Siria.
Le Nazioni Unite servono anche a questo: non soltanto a prevenire le guerre, impresa nella quale falliscono regolarmente, ma a ripulire le biografie di coloro che dalle guerre hanno ricavato potere, legittimità e riconoscimento internazionale.
I due personaggi non sono moralmente equivalenti. L’Ucraina è stata invasa dalla Russia, mentre al-Sharaa è arrivato al vertice dello Stato attraverso una vittoria militare. Ma entrambi hanno scoperto la stessa regola: quando l’emergenza dura abbastanza a lungo, il capo provvisorio diventa indispensabile, il controllo politico diventa necessità nazionale e le elezioni possono aspettare.
Zelensky, l’attore diventato amministratore della guerra infinita
Zelensky fu eletto nel 2019 promettendo pace, rinnovamento e lotta alla corruzione. Si è trovato ad amministrare una guerra interminabile, uno Stato fortemente dipendente dai finanziamenti occidentali e un sistema politico sempre più concentrato attorno alla presidenza.
Non ha provocato l’invasione russa, ma la guerra è inevitabilmente diventata il fondamento della sua permanenza al potere. Le elezioni sono sospese in base alla legge marziale, dunque nel rispetto delle norme ucraine. Ma la legalità dell’eccezione non elimina la sostanza del problema: Zelensky continua a rappresentare una democrazia che, finché dura la guerra, non può verificare attraverso il voto quanto consenso gli sia rimasto.
La guerra ha inoltre fortemente ristretto gli spazi della normale dialettica politica, mentre intorno al potere presidenziale continuano a emergere scandali, sospetti di corruzione e scontri con gli organismi incaricati di combatterla. Zelensky non è accusato personalmente di essersi appropriato di denaro pubblico, ma il sistema costruito attorno alla presidenza ha mostrato tendenze alla centralizzazione e tensioni con gli organismi di controllo.
Il presidente ucraino ha fatto del sacrificio del proprio popolo una potente leva diplomatica. Visita capitali, parlamenti e organizzazioni internazionali per chiedere altri finanziamenti, altri sistemi missilistici e altre garanzie, mentre gli obiettivi politici della guerra diventano sempre più difficili da raggiungere e il costo umano sempre più pesante.
Al-Sharaa, il jihadista con l’abito da statista
Ahmed al-Sharaa compie il percorso inverso. Non viene dalla televisione, ma dalla lotta armata. Non è stato eletto: si è imposto alla guida della nuova Siria dopo che le forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham hanno abbattuto il regime di Bashar al-Assad. Già capo di HTS, oggi si presenta come moderato, garante dell’unità nazionale e interlocutore affidabile dell’Occidente.
È uno dei più spettacolari processi di legittimazione politica degli ultimi anni. Sono cambiati il nome con cui è conosciuto pubblicamente, l’abito, il linguaggio e lo sfondo delle fotografie. Resta però una domanda elementare: fino a che punto un uomo proveniente dalla militanza jihadista è diventato un leader democratico soltanto perché oggi occupa un palazzo presidenziale?
La transizione siriana dovrebbe durare cinque anni. Cinque anni durante i quali al-Sharaa potrà consolidare gli apparati di sicurezza, integrare o neutralizzare le milizie concorrenti, rafforzare il controllo sulle istituzioni e arrivare a un eventuale futuro voto da una posizione di grande forza. Non è ancora una democrazia: è un sistema politico transitorio fortemente presidenzializzato, impegnato anche a ottenere riconoscimento e legittimità internazionali.
Le violenze che hanno colpito alauiti e drusi, gli abusi attribuiti anche a membri delle forze governative e delle milizie alleate, le difficoltà nella tutela delle minoranze e la debolezza dei contrappesi istituzionali mostrano quanto sia ancora problematica l’immagine di una nuova Siria pienamente inclusiva.
L’affare: armi, cereali e legittimità
Zelensky offre ad al-Sharaa ciò che oggi l’Ucraina sa produrre meglio: esperienza bellica, conoscenze maturate nella guerra dei droni, guerra elettronica, addestramento e conoscenza dei sistemi militari russi. Al-Sharaa offre a Zelensky un’altra sponda nella strategia volta a ridurre l’influenza di Mosca e un possibile mercato per cereali, tecnologie e cooperazione nel settore della sicurezza.
Nell’aprile 2026 i due governi hanno discusso di sicurezza, difesa, energia, infrastrutture e forniture alimentari. Dietro le formule diplomatiche c’è dunque una contrattazione molto concreta: Kyiv vuole mettere a disposizione l’esperienza militare accumulata durante la guerra; Damasco vuole acquisire competenze e strumenti con cui rafforzare la sicurezza e il controllo del territorio.
Il pericolo è evidente. Le conoscenze ucraine sui velivoli senza pilota e sulla guerra elettronica, qualora la cooperazione si sviluppasse in questi settori, potrebbero finire nelle mani di apparati siriani ancora permeabili alle milizie, essere utilizzate nei conflitti interni o trasformarsi in merce di scambio con Turchia, monarchie del Golfo e altri attori regionali. La cooperazione presentata come sicurezza rischia così di tradursi in una moltiplicazione delle capacità coercitive.
Due dipendenze travestite da sovranità
Zelensky dipende in misura rilevante dal denaro, dalle armi e dalle decisioni strategiche dei suoi sostenitori. Al-Sharaa dipende dal riconoscimento internazionale, dal rapporto con la Turchia e dai capitali necessari alla ricostruzione. Entrambi parlano di sovranità mentre amministrano Paesi la cui capacità di azione è fortemente condizionata da potenze esterne.
Il primo presenta la resistenza ucraina come una garanzia anche per la sicurezza europea. Il secondo presenta la stabilità siriana come una barriera contro terrorismo, instabilità regionale, migrazioni e disordine. In entrambi i casi la paura diventa anche una risorsa economica e politica: sosteneteci, armateci e riconosceteci, altrimenti potrebbe arrivare qualcosa di peggiore.
La stretta di mano tra Zelensky e al-Sharaa, avvenuta a New York nel settembre 2025 e seguita nell’aprile 2026 da un nuovo incontro a Damasco, non rappresenta quindi soltanto un gesto diplomatico. Può essere letta anche come il reciproco riconoscimento fra due leadership profondamente segnate dalla guerra: un presidente eletto che continua a governare durante la sospensione delle elezioni imposta dalla legge marziale e un comandante armato trasformato in capo dello Stato.
Uno indossa la divisa per ricordare continuamente al mondo di essere in guerra. L’altro ha tolto la divisa per convincere il mondo che la propria guerra sia terminata. In entrambi i casi, l’immagine rischia di nascondere una realtà più profonda: l’emergenza non è più soltanto il problema da risolvere, ma è diventata parte integrante delle condizioni attraverso cui il potere viene esercitato e legittimato.
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