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Il valore dell’artigianato


28 Set , 2026|
| 2026 | Visioni

Il termine artigiano e quello conseguente di artigianato hanno radici lontane nella storia e rappresentano il contributo operativo dell’attività manuale dell’uomo allo sviluppo delle prime forme di società, a partire da quelle che, all’inizio della nostra civiltà, si formarono in Mesopotamia, alle foci del Tigri e dell’Eufrate. Nell’antica Grecia questa attività assume una particolare rilevanza, perché non si limita a creare gli strumenti e i mezzi necessari al miglioramento della vita sociale, ma si propone come «arte», per dare forma all’idea di bellezza propria della cultura classica. Raffaello ripropone nella Scuola di Atene quel momento storico, con Platone che indica in alto il mondo delle idee e Aristotele che indica in basso il mondo dell’esperienza; tutti i grandi vi sono rappresentati. Raffaello dipinge quel quadro in un contesto storico simile a quello del Rinascimento italiano.

È in quel tempo che le creazioni artistiche dell’artigianato offrono un contributo determinante allo sviluppo non solo materiale di quel periodo storico e rappresentano la ricerca di una perfezione stilistica coerente con un contesto socioculturale molto legato anche a una visione trascendente e spirituale della propria cultura. Quel periodo storico si presenta come un tutto armonico, sia nelle arti sia nelle altre scienze – la filosofia, la matematica, le scienze naturali, la letteratura, l’etica e la morale, la politica –, che informano una società profondamente orientata a una visione dell’uomo come centro dell’interesse.

Quel periodo storico ha posto le basi per i futuri sviluppi della storia e, successivamente, sotto il dominio romano, l’insieme delle arti e dei mestieri acquista sempre più un ruolo decisivo per lo sviluppo della società, fino a quando il tardo Impero romano collassa, decretando la fine di una fase storica in cui l’esclusiva attenzione a una visione materialistica della vita ha soffocato lo spirito creativo e innovatore necessario per preparare una nuova svolta storica.

Venere di Milo – Nike di Samotracia – Amazzone ferita

Il Medioevo rappresenta, conseguentemente, un ritorno ai valori trascendenti e a una visione del mondo meno edonistica. Così l’artigianato riprende anche una vita più spirituale, specie nelle associazioni monastiche, ed è proprio questa fase intermedia che, riportando l’uomo a una visione più trascendente della vita, lo prepara a un’epoca di grande creatività che prelude al Rinascimento, dove «le arti e i mestieri» acquistano una dimensione determinante per il suo sviluppo economico e sociale.

È proprio attorno all’XI e al XII secolo che le corporazioni di artigiani assumono una rilevanza decisiva nella società, non solo per il loro contributo artistico e operativo, ma anche per la rappresentanza del loro ruolo nelle scelte relative allo sviluppo della società.

Quel periodo storico, fino al XVI secolo, porta un contributo immenso allo sviluppo dei nostri tempi. È così che si va formando quel patrimonio artistico italiano che rappresenta oggi i due terzi del patrimonio artistico mondiale e contribuisce a consolidare e rendere quasi genetica quella componente di creatività del popolo italiano che lo rende unico nel mondo.

Il lavoro artigiano è rappresentato, infatti, da una forma di lavoro immediato in cui l’occhio, la mano, la volontà di raggiungere uno scopo, il senso e il piacere del materiale utilizzato, la fantasia e, in definitiva, la capacità di dare una forma alla materia stimolano una costante propensione alla creatività.

È così che questa attitudine finisce per caratterizzare profondamente la storia del nostro popolo, perché il lavoro artigianale consente, appunto, di mantenere la creatività del pensiero e riduce la spinta all’uniformità dei comportamenti, estesa anche ai modelli di vita e di consumo, che caratterizza la moderna civiltà industriale.

Benedetto Antelami, I mesi dell’anno, Battistero di Parma

Il mondo diventa globale, ma le realtà dei singoli territori sono il risultato di storie millenarie e, quindi, il vero obiettivo non è un modello uniforme per tutte le società, ma quello di riuscire a coniugare principi e metodi di collaborazione e convivenza che, a partire dalle differenze tra Stati, società e civiltà, possano trovare nel tempo un percorso di progressiva unificazione, cogliendo il meglio dei vari contributi.

Un ulteriore aspetto del valore morale dell’artigianato è, quindi, il forte legame con la natura, da cui deriva la materia oggetto di continua trasformazione. In questo senso, come vedremo, assume particolare rilevanza la cultura del mondo rurale. Il concetto di rapporto con la natura è cambiato nel tempo, ma in misura minore nel nostro Paese. La natura veniva spesso indicata come «madre» per i valori che ispirava; rappresentava una norma obbligante per ogni conoscenza e ogni azione naturale, da cui derivava il senso di validità dell’esistenza. Ma questo intimo rapporto finisce sempre più per incrinarsi nella misura in cui la «tecnica» comincia ad avere un ruolo indipendente e dominante nell’indirizzare la società, il sistema di vita e i valori del mondo moderno.

Questa spinta al cambiamento contribuisce sempre più a sostituire e modificare il concetto di utilità con quello di dominio: dominio nel senso estremo che si esprime in una nuova concezione della società e del rapporto dell’uomo con la natura, che non è più diretto, ma viene sempre più intermediato dal calcolo e dalla tecnica e reso, in qualche modo, più asettico. Infatti, l’uomo sa oggi molto di più di quello che può vedere o sentire con i suoi sensi; diventa capace di progettare e realizzare cose che non può più sentire. Si verifica così un crescente distacco dal mondo naturale, che contribuisce ad aumentare la sua freddezza di cuore e la sua difficoltà ad avere rapporti relazionali autentici con i suoi simili.

L’uomo, così, rischia di non essere più in grado di sentire e di fare esperienza personale, ma tende a trasformare il proprio lavoro in organizzazione dei mezzi e nel loro controllo e a diventare impersonale, un uomo non umano (cfr. Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, 1954).

Infine, sono importanti anche le radici di questo artigianato nella cultura rurale, ancora presente nel nostro popolo. Su questo tema uno dei più grandi sociologi dei nostri tempi, Pitirim Sorokin, affermava l’importanza di questo collegamento. Nelle campagne si realizzano più compiutamente forme di solidarismo nelle relazioni sociali; in città, invece, l’intensa circolazione dei beni e dei valori sviluppa l’antagonismo e l’individualismo. Diventa così importante mantenere questo collegamento tra cultura rurale e urbana, perché consente di contribuire al rinnovamento della mentalità e dei valori, apportando nuove e fresche energie spirituali.

Le radici nella cultura della terra sono ancora molto forti nel nostro Paese e consentono a questo popolo di avere ancora una maggiore sensibilità e attenzione all’altro, in definitiva una maggiore capacità di nutrire sentimenti di amicizia, come vedremo, fondamentali in questa fase di crisi.

Vincent Van Gogh, Campo di grano – Francesco Gioli, La vendemmia

Proprio il valore morale dell’artigianato italiano, come sopra descritto e legato alla creatività e ai valori della natura, ha la funzione di mantenere vivo questo rapporto e rappresenta un elemento di grande valore in questa fase storica. È proprio restituendogli la dignità sociale che gli spetta che possiamo pensare a come ricostruire il sistema sociale disgregato, partendo dalla ricomposizione dei valori interiori che lo devono caratterizzare.

La storia dell’artigianato italiano è profondamente legata al modello di sviluppo che caratterizza il nostro Paese, costituito in gran parte da piccole e medie imprese, che rappresentano da sempre la sua vera ciambella di salvataggio. Gli imprenditori che le hanno create e continuano a crearle sono i migliori del mondo per la propensione ad assumersi il rischio personale, per il profondo attaccamento al loro territorio e per il senso di solidarietà che caratterizza il loro comportamento.

È questo il grande valore economico dell’artigianato italiano, al quale deve essere riservata una particolare attenzione per favorirne la crescita e, conseguentemente, l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, per il contributo non solo all’economia, ma anche alla ridefinizione dei sistemi sociali, che stanno progressivamente perdendo la coesione necessaria a sostenere la loro sopravvivenza.

Queste riflessioni si collocano, oggi, in una crisi profonda che sta accompagnando il nostro tempo e che sembra sempre rinascere in nuove forme e con nuove difficoltà. Ma la vera difficoltà di questa crisi è che non abbiamo ancora cominciato a chiarire perché e quando sia iniziata; così, le misure per affrontarla sembrano sempre superficiali.

Nel recente lavoro La competizione collaborativa. Ricostruire il capitale sociale ed economico (Egea, 2011), ho cercato di dare evidenza al fatto che le vere cause della crisi, che si manifesta attraverso fenomeni economici, sono da ricondurre all’evoluzione di un modello di società che nel tempo è diventato sempre più individualista e antiegualitario nella redistribuzione della ricchezza.

Questa crisi, infatti, non è una crisi ordinaria, come quelle che capitano ogni dieci o quindici anni, ma straordinaria. È giunto il tempo di capire che siamo davanti a una delle grandi transizioni della storia dell’uomo, quando a un modello di valori e di cultura deve succederne un altro; quanto prima riusciamo a maturare questo modo di sentire e vedere la storia, tanto più facile sarà trovare i rimedi e i mezzi per far fronte al problema.

La crisi è fondamentalmente una crisi di valori, la cui declinazione ha portato a un’interpretazione eccessivamente materialistica e utilitaria dei mezzi e dei fattori di produzione, attribuendo all’economia e alla finanza, che sono strumenti, un ordine morale, cioè l’ordine di fine al quale sottomettere il giudizio sul singolo individuo e sulla società.

In particolare, questo modello sociale e valoriale si è andato affermando negli ultimi due secoli, ma ha avuto una forte accelerazione negli ultimi trenta o quarant’anni. In particolare, l’implosione dell’impero sovietico, rappresentata dalla caduta del Muro di Berlino, ha sviluppato l’idea che un modello di economia fortemente liberista fosse la soluzione di tutti i mali, giustificando un fondamentalismo di mercato e una crescente azione di deregulation per assecondarne la crescita e attribuendo alla nazione espressiva di quel modello, gli USA, un’idea di eterna onnipotenza.

A quel punto, le conoscenze tecnico-razionali, tipiche del modello socioculturale americano, hanno assunto il ruolo dominante di valori assoluti e autoreferenziali, subordinando ad esse lo sviluppo e il giudizio sulle singole persone e sulla società nel suo complesso. L’economia e la finanza hanno cominciato ad assumere nella nostra vita sempre più il ruolo di fine e non quello di mezzo e a definire le regole per l’orientamento e l’indirizzo dei sistemi sociali.

Allo stesso modo, l’invasività culturale di quel modello di stampo quantitativo-razionale ha portato sempre più a vedere e studiare l’uomo come insieme di azioni e reazioni chimiche e non più come insieme di azioni e reazioni emozionali: sono l’uomo e la società a doversi adattare alle regole e non più viceversa.

Paradossalmente, l’uomo ha costruito un mezzo, l’economia e la finanza, che continua a mantenere sempre più autonomo e indipendente da se stesso e che, nel soddisfare i bisogni che gli propone, gliene crea sempre di nuovi, più sofisticati e personalizzati, rivolti alla soddisfazione di bisogni personali continuamente mutevoli e di breve periodo.

Ma l’economia e le tecniche devono mantenersi dotate di senso; la loro attività deve avere un criterio di misura, una gerarchia di valori, una consapevolezza di quali bisogni possano considerarsi giusti e quali sbagliati. È necessaria una corretta economia del vivere, altrimenti si forma un sistema infinito di desideri che afferma la propria assoluta libertà di soddisfarli.

Una crescita dell’economia continuamente basata sulla capacità di soddisfare bisogni creandone sempre di nuovi non può essere considerata un dogma, come invece succede oggi; allora, forse, è il momento di ripensare a quale modello di sviluppo sia più coerente con la necessità di riportare l’uomo al centro dell’economia.

Se si potesse esprimere questa volontà di libertà dell’uomo come capacità di rispondere illimitatamente ai suoi desideri, la si potrebbe rappresentare con la seguente formulazione suggerita sempre da Sorokin (La crisi del nostro tempo, p. 167, Arianna, 2000; prima edizione 1941):

Somma dei mezzi
————————————
Somma dei desideri

Se il grado di libertà è espresso dalla realizzazione dei desideri, il numeratore e il denominatore devono essere uguali; se invece il numeratore è inferiore, si pongono due alternative: l’individuo rinuncia a parte dei propri desideri oppure deve rincorrere una modalità di accrescimento dei mezzi.

Nel primo caso, il modello sociale consiste in una limitazione dei desideri, richiamandosi a una visione più etica e trascendente della vita, che possiamo ricordare con il detto: «Chi possiede di più è colui che desidera di meno»; si crea così l’«Homo homini lupus».

Eros e Thanatos: la battaglia dell’uomo

La Pietà di Michelangelo – Canova, Amore e Psiche – Magritte, Gli amanti

Nel secondo caso, essendo i desideri potenzialmente illimitati, più si ha più si vorrebbe avere, e questo conduce a una lotta incessante tra uomini e gruppi per appropriarsi in misura sempre maggiore dei valori necessari a soddisfare desideri definibili prevalentemente in termini di beni materiali: ricchezza, piacere, benessere, salute fisica, sicurezza…

Siccome la realizzazione di questo modello di società, fortemente orientato alla soddisfazione materiale e immediata dei propri bisogni, può avvenire solo prevaricando gli altri, la lotta tra persone e gruppi finisce per intensificarsi fino a far collassare la società.

Questo modello di società, nel quale oggi possiamo identificarci, ha finito per affermare un solo principio di verità: tutto ciò che si tocca e si vede è vero e merita di essere studiato e misurato in modo razionale. Di conseguenza, tutte le manifestazioni dell’uomo sono declinate secondo quel parametro, che mette l’interesse personale e fisico al primo posto e pretende comunque di realizzarlo adesso e subito, a qualunque condizione, finendo così per normalizzare anche comportamenti illeciti.

La diffusa immoralità che ogni giorno ci colpisce con qualche fatto evidenzia sempre più un uso strumentale dell’uomo rispetto ad altri interessi e risulta essere non la causa, bensì l’effetto di un modello socioculturale che si è profondamente radicato nel nostro modo di vivere, orienta costantemente le decisioni in merito all’allocazione delle risorse e rappresenta il vero motivo dell’attuale crisi nella quale ci stiamo dibattendo.

Pertanto, la crisi non può essere risolta in modo meccanicistico con provvedimenti esterni – le regole per i mercati finanziari, per l’economia, per la politica… –, ma dall’interno, tramite il riorientamento generale dei valori e la possibilità di richiedere all’uomo un mutamento di mentalità e di condotta.

A questo punto dobbiamo porci di fronte alla scelta tra queste due affermazioni:

  • l’economia è condizione necessaria e sufficiente per avere una buona società;
  • la società è condizione necessaria e sufficiente per avere una buona economia.

La storia passata e presente ci dimostra che è la seconda affermazione ad essere quella vera, ma negli ultimi trent’anni abbiamo sempre declinato la prima come una verità da non mettere in discussione.

In conclusione, se usiamo il termine capitale sociale per esprimere il valore della società e capitale economico per esprimere la sua ricchezza, nel lavoro precedentemente indicato si cerca di dimostrare empiricamente e di affermare che:

  • lo sviluppo del capitale sociale di un territorio è condizione necessaria allo sviluppo del suo capitale economico;
  • un impoverimento del capitale sociale di un territorio conduce a un impoverimento del capitale economico complessivo;
  • mentre un incremento del capitale economico di un singolo è possibile anche in condizioni di concorrenza competitiva, ma a discapito del capitale economico di altri soggetti, l’incremento del capitale sociale di un territorio è favorito da condizioni di concorrenza collaborativa;
  • l’esistenza del differenziale centenario tra Nord e Sud è attribuibile alla diversa concentrazione di capitale sociale, più presente al Nord che al Sud, il cui recupero può passare solo tramite la ricomposizione di un sistema di relazioni sociali in grado di ricostruire un tessuto di solidarietà e di equa redistribuzione delle ricchezze.

Proprio una rivisitazione del ruolo dell’artigianato può aiutare a ricomporre un tessuto sociale molto orientato a forme di individualismo disgregatore; ritrovare un diverso contatto con il mondo esterno e ripensare a forme di solidarietà nella tradizione del nostro popolo sono la risposta più efficace per ricostruire quel capitale sociale da cui bisogna ripartire per avere una visione del futuro e del ruolo dell’uomo più coerente con la sua storia, tramite una forma di competizione collaborativa in grado di unire e non di dividere.

Sorokin conclude il lavoro precedentemente indicato con questo auspicio (p. 284):

«Speriamo ci sia accordata la grazia di comprendere e poter scegliere la strada giusta, prima che sia troppo tardi; la via che non porta alla morte, ma all’ulteriore compimento da parte dell’uomo della sua missione, creativa e unica su questo pianeta».

Auguriamocelo anche noi.

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