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Scuola, integrazione e governo dei territori


28 Set , 2026|
| 2026 | Sassi nello stagno

Non si tratta certo di applaudire alle misure del governo. Il decreto scuola ha un’evidente impronta propagandistica e rischia, per il modo stesso in cui è stato presentato, di avvelenare ulteriormente i pozzi su temi già molto divisivi. Prima di esprimere un giudizio compiuto sulle singole misure, tuttavia, sarebbe opportuno verificarne con attenzione il contenuto effettivo, al di là degli annunci e dei retroscena giornalistici. Una cosa, però, si può già dire: criticare le risposte proposte dal governo non significa negare aprioristicamente l’esistenza dei problemi ai quali esse pretendono di rispondere.

Le critiche al decreto, talvolta formulate con toni parecchio allarmati, muovono spesso da un’obiezione che contiene indubbi elementi di verità: i fenomeni ai quali il provvedimento vorrebbe rispondere sarebbero, in realtà, se non inesistenti, quanto meno marginali, o comunque ben lontani dal rappresentare le principali urgenze della scuola italiana. Il caso del burqa o del niqab appare certamente isolato, oltre a riguardare una pratica già sanzionata dalla legge ordinaria; diverso è invece il caso della concentrazione degli studenti stranieri, anche se le classi con una presenza superiore al 20% sarebbero appena 1000 su 300.000. Anche quando se ne riconosce la consistenza, si sostiene però che intervenire sia difficile a causa della conformazione dei territori: quartieri o centri abitati a maggioranza straniera difficilmente possono avere classi in cui la componente di studenti stranieri sia minoritaria rispetto a quella italiana.

Ad avviso di chi scrive, una classe troppo sbilanciata nella presenza di studenti stranieri con scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana non agevola i processi di integrazione, ma rischia, al contrario, di accentuare fenomeni di ghettizzazione e marginalizzazione. Discutere di eventuali soglie può dunque essere utile, purché queste non finiscano per compromettere il diritto universale all’istruzione. La loro applicazione non può perciò comportare redistribuzioni al di fuori dello stesso istituto o di istituti posti nelle «immediate» vicinanze, imponendo un aggravio alle famiglie e finendo così per penalizzare nei fatti proprio quel fondamentale diritto. Ed è proprio su questo che occorre essere vigili e capire bene che cosa preveda concretamente il decreto.

Resta il fatto che la questione – per quanto circoscritta a quelle 1000 classi – è effettivamente di difficile soluzione proprio a causa della distribuzione diseguale della popolazione.

Se c’è qualcosa, dunque, di cui il dibattito pubblico dovrebbe discutere – e che viene accuratamente evitato – è proprio l’assetto e la composizione sociale che hanno assunto i territori delle nostre città. Ma discuterne sarebbe scomodo, perché chiamerebbe in causa le responsabilità dell’intera classe dirigente, di destra e di sinistra, neutralizzando questo ridicolo teatro in cui gli uni lanciano accuse di razzismo e gli altri di lassismo buonista. Il vero tema è il governo dei nostri territori, che si è preferito abbandonare – come tutto il resto – a processi considerati ineluttabili e sottratti alla politica democratica.

Si sono così formati quartieri dai bassi valori immobiliari e scarsamente assistiti dalla rete di servizi pubblici, nei quali si sono concentrate povertà, degrado e, in larga parte, la popolazione migrante, anche in ragione dei prezzi più accessibili; mentre altri quartieri si gentrificavano, con il progressivo rincaro delle abitazioni e la conseguente espulsione dei ceti popolari verso i primi. Il risultato di questo processo, più visibile nelle città del Nord, è la formazione di quartieri ghetto: proprio quelli che abbiamo sempre deplorato guardando ai Paesi con una più lunga storia di immigrazione.

Ed è proprio qui che dovrebbe tornare in campo la politica: governare questi processi con equilibrio, realismo e capacità di visione. Questo non significa stabilire per decreto dove debbano vivere le persone, ma impedire che siano soltanto il reddito, il mercato immobiliare e la marginalità sociale a determinarne la distribuzione sul territorio. Significa intervenire sulle politiche abitative, sui servizi, sulla scuola, sui trasporti e sulla qualità degli spazi pubblici, evitando che povertà e nuova immigrazione finiscano per concentrarsi sempre negli stessi quartieri. Perché l’integrazione non si realizza semplicemente proclamandola: richiede condizioni concrete, investimenti pubblici e cambiamenti che procedano a ritmi sostenibili, soprattutto per chi dispone di meno strumenti per familiarizzare con l’Altro, tanto più quando questo è percepito come molto lontano da sé. Per molti, infatti, il quartiere in cui si vive rappresenta una parte essenziale del proprio orizzonte quotidiano: vederlo cambiare pelle in troppo poco tempo – e non soltanto per effetto dell’immigrazione – può produrre spaesamento e insicurezza, anziché favorire l’incontro e l’integrazione, alimentando da entrambe le parti chiusure identitarie e nuovi tribalismi.

Ci siamo, insomma, americanizzati, come sembrerebbero suggerire i recenti episodi di violenza nelle scuole, trasmessi in diretta social da ragazzi giovanissimi? E quanto ci vorrà prima di arrivare alla strage armata in stile college?

La difficoltà di un governo che della sicurezza aveva fatto la propria bandiera a rispondere su questi temi si misura tutta nelle parole di Antonio Tajani che, incalzato pubblicamente da una signora esasperata, risponde prima addossando la colpa ai magistrati e poi citando nientemeno che le Brigate Rosse! La sicurezza resta però una questione seria, molto sentita dalle persone comuni, sulla quale un’opposizione credibile dovrebbe essere capace di avanzare una propria proposta, senza lasciarne alla destra il monopolio e senza per questo accettarne categorie interpretative e soluzioni. Tanto più che sicurezza, integrazione, qualità dello spazio urbano, servizi e coesione sociale sono questioni strettamente intrecciate. Invece si preferisce troppo spesso negare o rimuovere i problemi, oppure ridimensionarli per poi rifugiarsi nelle proclamazioni di principio.

È proprio quando i problemi sono complessi e le soluzioni difficili che la politica torna a essere una dimensione necessaria, anzi indispensabile. Per governare le nostre città servono politici, non semplici burocrati passacarte, chiamati ad amministrare l’esistente e a gestire processi decisi altrove o presentati come inevitabili.

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